Il verso dantesco, (per alcuni senza significato, per altri passibile di varia interpretazione) usato come esclamazione dal Sommo, è citato da noi per farci esclamare: fermati Simona, fermati! Simona Halep, giovane tennista rumena, ha informato il mondo della sua intenzione di ridurre il suo prosperoso e bellissimo seno per via dell’ingombro che esso costituisce al suo gioco. No, Simona, nel gioco della vita le tue minnazze non sono di ingombro (è solo una quinta, suvvia!) ma sono un trofeo che tu hai già vinto e che nessuno ti toglierà: rinunica a medaglie e vane glorie, lo spettacolo del tuo gioco è in quel sobbalzo maiuscolo di fronte alla minuscola pallina, la gioia della visione di un tennis finalmente sport maggiore (cioè per maggiorate). Prendi, invece, esempio dalla vicina Repubblica Ceca: la carenza del personale infiermeristico ha generato un’idea che noi condividiamo in pieno, offrire la mastoplastica a chi accetterà il lavoro di infermiera. Forse è poco professionale, ma siamo sicuri che i pazienti curati da queste future o guariranno o si rifiuteranno di farlo volontariamente: pensando già di essere in Paradiso dove il mondo è a forma di minnazze! Fermati Simona, gioca e curaci.
Dolci minne di carta
Un breve post, una timida recensione, un doveroso tributo: tutto questo è per il libro “Il conto delle minne” di Giuseppina Torregrossa, edizioni Mondadori. Tutto parte dal “cuntu” (racconto) che Nonna Agata fa alla nipotina Agatina mentre, come ogni anno in onore della Santa di cui entrambe portano il nome, la nonna fa, e spiega alla nipote come si fanno, i segreti delle cassatelle a forma di seno, le “minne”: leggenda vuole che alla Santuzza furono fatte tagliare le mammelle dal console Quinziano, che non sopportò di sentirsi respinto. La nonna ne ricava degli insegnamenti per la nipote riguardo al rapporto uomo-donna: “… devi sapere che gli uomini, se non ci provi piacere quando ti toccano, si sentono mezzi masculi, ma guai a te se ci provi piacere, perché allora ti collocano tra le buttane”. Il racconto si apre con le ricette dei dolci che la nonna cucina e insegna ad Agatina e si dipana intorno alle vicende di una famiglia siciliana e delle sue donne straordinarie, per le quali le minne hanno un significato speciale: grandi o minuscole, aride o feconde, amate senza pudore o trascurate da uomini disattenti, sane o malate, diventano la chiave per svelare i più intimi segreti della femminilità e dell’orgoglio di generazioni di donne e di una in particolare, forse la più coraggiosa.
Un romanzo gustoso e ricco, un intreccio di minne reali e virtuali, da usare e consumare, da far vedere e da difendere e mangiare e preparare. Un romanzo che vi consigliamo: buona lettura, buon appettito e buone minne (ma queste, lo sapete, per noi sono sempre buone…specie se abbondanti!)!
Il seno più grande del mondo, ovvero:ancora su Natura e Cultura
Più volte in questo blog ci siamo soffermati sull’incontro/scontro tra natura/cultura, ovvero: meglio le minnazze naturali o rifatte? Il dibattito, anche pubblico, finalmente si è evoluto e non si nasconde che la questione è ormai matura per essere affrontata in maniera scientifica. In casa nostra, solo nell’ultima settimana, la publicazione di un sondaggio ci svela che gli italiani non sono contro i ritocchi, anche se preferiscono le minnazze naturali (gli esempi riportati dai media sono stati la D’Urso Vs Cristina del GF). La nostra posizione, più volte ribadita, è per un superamento di questo falso dilemma: forse la bellezza naturale non può divenire grazie alla cultura, alla tecnica, una bellezza superba? Noi confermiamo la nostra linea, sferica e minnica, di una minnazza che può diventare superlativa, una superminnazza. A tal pro, oltre l’esempio italico già riportato, rimandiamo i nostri lettori (cfr link in basso) al confronto tra il seno naturale più grande del mondo Vs il seno rifatto più grande del mondo. Quale di essi voi scegliate, ricordate sempre: il nostro mondo è a fomra di minnazze, la loro forma (e sostanza) supera il paradigma copernicano!
Confronta:
http://www.sabrinasabrok.com/galleries_s-.phphttp://
www.haisentito.it/articolo/norma-stitz-il-video-della-donna-con-il-seno-piu-grande-del-mondo/9955/
Deminnocrazia
Una vittoria importante nel solco filosofico che perseguiamo in questo blog:l’ignobile tassa sui reggiseni oversize nel Regno Unito è stata ritirata. Come fosse una colpa avere le minnazze e non un privilegio, come se non dovessimo incentivare le signorine grandi forme piuttosto che penalizzarle. Per quel che ci riguarda i reggiseni che contengono, e speriamo sempre più a stento, le minnazze dovrebbero essere issati a vessillo di ogni democrazia libera, di ogni deminnocrazia! La ritirata strategica dell’infausta tassa, è stata accompagnata da manifesti in cui una signorina, per noi poco, procace, reca scritto sul suo davanzale :we boobed, abbiamo sbagliato, ma anche noi minnazze. Combattiamo il primo significato e sosteniamo come quei coraggiosi e fortunati reggiseni il secondo, gridiamo anche noi: per una società veramente democratica:viva le minnazze!W la deminnocrazia!
http://www.repubblica.it/2006/05/gallerie/esteri/tassa-reggiseno/1.html
se k è la costante non c’è nessuna incognita..
Mi scuso con i miei 25 lettori per la lunga pausa. Pausa dovuta a una ricerca spossante nella realtà di ciò che in questo spazio è riflessione e speranze:le minnazze. A parte sparuti avvistamenti si nota un declino di quest’entità. Ma dopo tutto questo tempo, e nonostante la ritrosia delle minnazze nella virtualità, prendiamo spunto da un record per definire meglio i contorni del nostro progetto. Madame Sheyla Hershey attraverso un’intelligente ricerca chirurgica applicata a sè stessa, ci mostra con la sua taglia KKK come la costante moltiplicata per sè stessa annulli ogni possibilità di incognita. Le minnazze, ri-affermando sè stesse attraverso questo processo di inglobamento e sovrapposizione di tecnica e natura, eliminano ogni fantasia privata, attirano su di loro lo sguardo che proietta le sue proprie fantasie. Minnazze, dunque, come schermo e come proiettore al contempo delle più ardite spinte di superamento della falsa dicotomia natura/cultura. Ringraziamo la signora sheyla per indurci a rifiutare ogni ipotesi di heideggerianismo negativo:la technè è, e può essere, componente della felicità naturale.
P.s.:per maggiori ragguagli http://www.repubblica.it/2006/08/gallerie/gente/maggiorata-guinness/1.html e http://www.myspace.com/sheylaalmeida2007
riflessioni geometriche
riflessioni geometriche
Sull’oggetto..Vorrei brevemente porre delle questioni circa l’oggetto del dibattito. Pur avendo letto con attenzione il manifesto di questo blog e l’ultimo intervento del Minnante credo che ancora non sia ben delineato il concetto di Minnazze. Bisogna che ognuno di noi a tempo debito torni a discutere, e ancor prima a riflettere, su ciò che si intende quando si dice: Minnazze. La metodologia proposta dal Direttore in risposta al Kurtz mi sembra troppo vaga e non opportunamente sviluppata. Pur riconoscendo la sottigliezza dell’argomentazione non trovo riscontro con quanto viene detto dopo. Cosa significa “Minnazza” come concetto e idea? Credo che sia un approccio sbagliato quello di separare il concetto di Minnazza dall’oggetto reale e “palpabile” su cui dovremmo dibattere e concentrare la nostra attenzione. Parlare di “ Metaminazza” o dire:..siamo fedeli alla minnazza come concetto, come idea e non come riduzione di essa a forma che la articola nella realtà.. per poi finire con un approccio di tipo verificazionista getta un po’ di confusione. È pur vero che il Minnante si richiama e si attiene al metodo logico-scientifico per la parte valutativa diretta a riqualificare la M.za ma, a par mio, ciò entra in netto contrasto con un idea di “Minazza” come causa di se stessa. Questo, probabilmente, è un limite di comprensione di chi scrive, ma credo che proprio la rigorosità del metodo sia di fondamentale importanza per portare avanti il gravoso compito che questo blog si è posto. Sono invece d’accordo con l’opportunità di rifuggire da qualsiasi nominalismo assoluto e la necessità richiamata dal Kurtz, sul finire del suo intervento, di tracciare i confini della disciplina per poter passare alla classificazione (di forme e oggetti reali?) e all’analisi.Per correttezza verso i miei interlocutori dichiaro che la mia volontà è quella di restare ben ancorato a forme e oggetti reali quando si parla di M.ze( mi pare di aver capito essere anche la posizione del dottor Panfo, che scrive contemporaneamente al sottoscritto)rinunciando a seguire strade Metafisiche. Più che sull’ “Oltre-Minnazze” preferisco concentrarmi sul “Tra-Minnazze”.
Un grave errore. Per una teoria della gabbia.Sulla questione posta dal Kurtz , Terza misura: terra di nessuno? Vorrei aggiungere due cose. La prima di carattere concettuale (a questo proposito faccio notare al Minnante che il Kurtz parla di 3a modulata e non di 3a avanzata. È sicuramente una svista di poco conto ma ai fini del dibattito diventa fondamentale l’uniformità dei concetti analizzati.) riguarda la 3a modulata. Secondo il mio punto di vista bisogna sottrarre la M.za alla variabile Tempo e concentrarci su un’analisi statica. Non possiamo, infatti, accettare che la M.za non sia oggi per essere domani, puntando che diventi tale per cause di carattere esogeno o endogeno. Pur apprezzando i benefici che il tempo può dare alle M.ze è vero anche che può procurare effetti disastrosi. M.za è a prescindere! Per questo motivo, in questa fase, lascerei da parte lo studio dinamico del fenomeno. Io resterei a “bocce” ferme.La seconda cosa riguarda la misurazione, e qua riscontro un gravissimo errore. Pur dando per buono il metodo detto della “quadra a 90°” (sia indice-medio sia palmo-palmo) le misurazioni risulterebbero tutte falsate. Vi faccio notare che non tutti gli indici, medi o palmi sono uguali. Non mi sembra che a Parigi, presso il museo dei pesi e delle misure, ci siano depositati queste parti del corpo umano tra il metro o il chilo universale. A quale misure vi richiamate? A quale metodo logico scientifico ? se poi usate per le misurazioni strumenti non tarati. Tutti noi conosciamo il principio di indeterminazione di Heisemberg nella parte in cui si richiama alle cifre significative, per questo io stesso non posso pretendere misure precise ma non posso neanche accettare un errore cosi grossolano.Dovrei accettare l’idea che M.za è tale tra i palmi del dottor kurtz e quelle di bambino di 4 anni?È lo strumento di misura che fa di una minna una M.za?La mia teoria della gabbia che consiste nell’avvolgere con la mano aperta la M.za non ha lo scopo di misurare l’oggetto (si riproporrebbe, infatti, lo stesso problema ed errore) ma solo quello di contribuire alla prima fase dell’approccio sperimentale cioè l’osservazione. Usare il tatto come lo sguardo e tutti gli altri sensi per dare inizio allo studio della Minnazza.Bisogna ripensare il metodo di misurazione o perseguire la classificazione per altre vie.
Angelo.
Un’affollata terra di nessuno
Ancora sulla polemica sollevata dal colonnello Kurtz:un contributo critico, a tratti duro ma propositivo. A voi.
Ha la sua dignità parlare di bellezza in termini matematici, non ricordo se Eco o la vincitrice di Veline dice “tutto ciò che si presenta simmetrico è bello, ciò che presenta asimmetrie è brutto”, se si sviluppa la questione in termini pitagorici (il palmo della mano con pollice e indice a pigreca mezzi) non si potrebbe obiettare alcunché; c’è un però, secondo tali assunti potrebbe paradossalmente essere bella Carmen Consoli o Pollon. Senza stare a scomodare l’ammorbante adagio secondo il quale “non è bello ciò che è bello…” e tutte le teorie sui gusti che, a detta dello scrivente, lasciano il tempo che trovano, si dovrebbe concentrare il discorso sulla natura stessa dell’essere UOMO: la riconoscibilità del soggetto interpolabile (perché è di ciò che credo si stia parlando e non di un più semplice guardare) è data dall’istinto che risponde a stimoli innati e inconsci, frutto dell’allattamento e della natura animalesca, quindi selvaggia, di ognuno di noi; non ricordo se gli Ustmamò o Anna Tatangelo fecero un quadro illuminante sull’affascinante pochezza delle bamboline “non ha peli non ha odori non caga neanche” (caga perché sono del nord, fossero stati romani caca, Paola non la Paola fica non figa). A mio modesto parere da questo punto di vista andrebbe sviluppata la discussione.
Minnazze è il termine con il quale si dovrebbero chiamare minne succose e selvagge; per essere più chiari non possiamo misurare il loro essere se non parametrandolo alla statura alla stazza e al peso del soggetto al quale sono appese.
Semper Voster
Panfo
Nomina sunt consequentia rerum?
Il quesito di fondo che ha spinto il colonello Kurtz a scriverci ci spinge ad assumere una posizione che vuole chiarire ma non chiudere il dibattito possibile mosso da questo nostro lettore.
Diciamo subito:siamo fedeli alla minnazza come concetto, come idea e non come riduzione di essa a forma che la articola nella realtà. Ma come nota il nostro lettore la realtà si declina in modi che allargano la nostra capacità di delimitarla linguisticamente, e quindi concettualmente, e l’esigenza di adattare la nostra definizione di essa è sinonimo della nostra capacità di abitare la realtà stessa. Per questo conveniamo sulla fallacia di una 4a coppa A di dirsi minnazza, e sull’insufficienza additata ad una 3a coppa C, o superiore magari, di potersi annoverare nell’olimpo delle minnazze. Questo ci pare di capire sia il tema i fondo delle fini argomentazioni adottate dal Kurtz. Ma distinguiamo nell’immediato: il Colonnello ci propone una categoria (la 3a “avanzata”) che reclama il suo diritto di cittadinanza all’interno della categoria Minnazza. Dovremmo delimitare meglio, a nostro giudizio, il campo:la Minnazza è per noi categoria di interpretazione che si fa paradigma, e in quanto tale interpreta sè stessa, una “metaminnazza”come processo e non solo come fine, una categoria chiusa e completa che inficia lo stesso Godel e l’indicazione di incompletezza valida per la matematica. Noi proponiamo una visione olistica della minnazza che abbia in sè la capacità di spiegarsi per poi dispiegarsi verso l’esterno: questa è la filosofia di una m.za(per ricalcare il linguaggio del nostro interlocutore), che si de-nota sin dal suo movimento interno-esterno. Replichiamo al colonnello Kurtz rassicurandolo, ma definendo così il suo suggerimento: la 3a può essere oggetto di tassonomizzazione all’interno della più vasta categoria M.za, unico elemento candidato ad essere oggetto dell’insieme che esso stesso inscrive e costituisce.
Rifugiamo però dalla trappola logica che il Kurtz, in maniera consapevole o meno ci pone: non ci si può tacciare, soprattuto in questo blog, di essere di un nominalismo assolutizzante( ricordiamo che il nominalismo è un modo di vedere che porta a ritenere che solo gli oggetti (fisici) particolari possono essere considerati reali, mentre gli universali esistono solo post rem, come convenzioni verbali associate agli oggetti specifici, ovvero nella immaginazione o memoria di chi ne parla.Il nominalismo si contrappone al concettualismo e al realismo filosofico, la posizione che sostiene che i termini generali dei quali si fa uso, come “albero” e “verde”, rappresentano forme di portata generale che posseggono un’esistenza in un mondo di astrazioni indipendente dal mondo degli oggetti fisicamente definiti. Tale posizione si richiama in particolare a Platone.). Tentando di delimitare il vasto campo di sapere intorno al nostro oggetto minnazza assumiamo, come scritto sopra e in altri post, la stessa non come mera espressione di forma, ma come sostanza che innestando la relatà la formalizza.
Data questa premessa metodologica che speriamo chiara, anche se non risolutiva, vogliamo replicare anche all’esempio completo ed elegante che il Kurtz ci propone. Annotiamo il movimento “more geometrico” che il K. suggerisce, ma ne notiamo una carenza che inficierebbe il nostro stesso oggetto di riflessione, cioè la visione “piana” della minnazza. Se è vero che l’angolazione indicata dal K. è valida su un piano dovremmo inscrivere la M.za tra gli elementi senza profondità e superficie, e quindi tra le minne semplici (che noi avversiamo e ripugniamo). Il calcolo imputabile alla m.za si ha quindi con la costruzione di una angolazione che ne dia la sua estensione nello spazio tridimensionale e non bidimensionale, per tale motivo può essere proficuo, ad esempo, il calcolo del rapporto tra m.za ed estensione anteriore (e non frontale quindi), rapporto che consideriamo la prova del 9 per la m.za, o, ci venga concesso il divertissement, la prova della 4a (più utile ai nostri fini). Su tale calcolo di rapporto ci permettiamo di rinviare ad un prossimo post,per evitare di annoiare i nostri lettori.Più semplicemente suggeriremmo come prova pratica la misurazione data dalla costruzione di un angolo dato dall’unione delle basi dei palmi di entrambi le mani che vadano così a misurarne da un lato l’angolo suggerito dal K., ma dall’altro il tratto che rende una minna semplice una minnazza da noi amata, cioè la profondità e non semplicemente l’esondazione calcolabile quindi sul rapporto di doppia angolazione che una m.za per essere tale deve costituire.
Concludendo va dato un sincero ringraziamento al Colonnello Kurtz per l’intelligente analisi del fenomeno e la proposta operativa avanzata, lo invitiamo a interagire nuovamente con noi, così come invitiamo tutti i lettori di questo blog a farlo tramite commenti o tramite mail: ilminnante@gmail.com. Ribadiamo che la posizione espressa da questo blog vuole definire il sapere intorno alla minnazza, intendendo questa non come etichetta consequenza di una cosa, ma come causa di sè stessa. Una posizione, al nostra, che rifugge il dibattito secolare tra nominalismo e concettualismo per inserirsi in un filone verificazionista, e quindi portato avanti con metodo scientifico, che ha l’obiettivo, questo sì valutativo, di riqualificare la m.za secondo le linee che lo stesso Kurtz ha brillantemente sottolineato. Leggere la minnazza è possederla:questo è il fine di questo blog è dare chiavi di interpretazione e lettura del fenomeno a quegli utenti troppo spesso privi di capacità critiche per cogliere il fenomeno in tutta la sua profondità:la 4a almeno!
Niente mezze misure?
Riceviamo un interessante contributo che pubblichiamo volentieri. Gli utenti di questo Blog ci mostrano ancora una volta un profilo e uno spessore non indiferrenti, proprio come piace a noi…o forse no?E’ questo l’interrogativo che pone il seguente post, una riflessione tutta da fare. Per ora da leggere. A voi, alla prossima
Terza misura: terra di nessuno?
Il dibattito sull’oggetto di studio “minna” (d’ora in avanti m.) si è negli ultimi anni arenato in modo fuorviante sulla inutile necessità di identificare il soggetto-contenitore e conduttore della m. stessa, perdendo di vista la peculiarità del nostro oggetto di studio, che deve sempre essere legato a una prospettiva essenziale e mai contestuale. Tale prospettiva è necessaria per fare piazza pulita di una serie di sovrastrutture di ordine estetico che rendono la riflessione sulla m. un passatempo di poca rilevanza. Così, è nostra intenzione fornire delle categorie di pensiero capaci di costituire dei validi strumenti di riflessione sulla questione.
La prima categoria che vorremmo introdurre è relativa a ciò che è effettivamente il nostro oggetto di studio e ciò che potrebbe esserlo, ma ancora non lo è. L’esplicitazione di quell’ancora è l’oggetto del nostro intervento: definire le frontiere dello studio sulle m. obbliga infatti a sconfinare in una terra di nessuno, nella quale hanno trovato fortuito alloggio tutte le donne portatrici di una terza misura. Il limbo nel quale queste fanciulle si trovano è oramai eccessivamente affollato e a noi spetta il dovere di fare chiarezza sul ruolo che la terza misura riveste all’interno del dibattito sulla m. Può la terza misura essere considerata alla stregua di una “minnazza” (d’ora in avanti m.za) oppure deve essere blandamente annoverata nei nostri almanacchi come un’irrilevante seconda o, peggio, messa al bando come un volgarissimo seno al silicone, autentico scempio dell’umana natura? il timore di trovarsi difronte a un oggetto di studio che sfugge a una presa immediata è senza dubbio incombente, ma risulta anche stimolante ai fini del nostro dibattito. Il Minnante, in uno dei suoi numerosi interventi, ha asserito che “sotto la quarta non è vero amore, sotto la quarta è ipocrisia” (slogan di grande effetto, che, ne siamo convinti, farà presto da apripista per una definitiva riscoperta dell’oggetto m., oggi ancora relegato o nei bassifondi della pornografia o, peggio, nella rustica e onanistica comicità da caserma); ora, noi non vorremmo che un eccessivo entusiasmo porti a trascurare la validità di terze misure a nostro avviso meritevoli di interesse. Alcuni esempi dall’immaginario televisivo erotico-domestico: Elisabetta Canalis, Paola Barale (non ai tempi della collaborazione con Mike Bongiorno, ma nel periodo della sua “seconda giovinezza” a Buona Domenica), Alessia Marcuzzi dopo l’intervento (esposta tra l’altro a una ingenerosa damnatio memoriae dai puristi della m.za), Paola Perego, la stessa Barbara D’Urso, benché crediamo millanti misure maggiori ma in realtà disponga di una terza ben strutturata. A nostro avviso, queste incantevoli donne dovrebbero a buon diritto essere valutate dai nostri esperti di m.ze, che dovrebbero ulteriormente acquisire il fiuto di un cane cacciatore di tartufi, soprattutto laddove, dietro un’apparente terza, si nasconde una terza modulata, ovvero una terza misura di partenza che, nei momenti di maggiore fertilità della donna, raggiunge proporzioni inaspettatamente interessanti ai fini della nostra riflessione. La terza modulata, a nostro avviso, ha tutti i requisiti per emanciparsi dal limbo della terza vera e propria, poiché tende a una maggiore espansione. Per quanto riguarda le coppe, è chiaro che una terza coppa a, sebbene gradevole alla vista, non vada annoverata nel nostro dibattito; così come una terza coppa c possiede il volume e la plasticità necessari a convergere in maniera completa e piena nella presa. Un parametro a nostro avviso valido e varie volte sperimentato con soggetti donne di nazionalità europea, razza bianca, 25-30 anni, ci ha portato a identificare un parametro capace di fare da banco di prova per una terza misura, identificandone l’aspetto modulare o la tendenza alla staticità e a una debole espansione: se, per contenere la m., è sufficiente che il pollice disegni un angolo fino a 45º con l’indice, in modo che il palmo disegni una parabola ad arco rigido sulla m., senza che la m. debordi dalla mano, allora l’ipotesi è che ancora la m. non ha i requisiti per essere considerata m.za. Se invece il palmo è ben steso con l’indice e il pollice a formare un angolo di 90º e la m. manifesta il famoso fenomeno di esondazione, allora non vediamo perché dobbiamo ancora ostinarci a polemizzare sul fatto se la terza misura sia o no degna di nota. Per concludere, nel dibattito tra i puristi e i modernisti, noi ci schieriamo tra i modernisti della m.za, poiché intendiamo allargare l’oggetto di studio anche a quei fenomeni modulari che, a oggi, rappresentano una delle colonne d’Ercole della disciplina. Proprio per questo motivo (oltre che per esigenze spazio e di tempo di lettura) questo intervento si configura come il primo di una serie di articoli che si prefiggono lo scopo di esplorare i confini della disciplina in modo da passare successivamente alla classificazione e quindi all’analisi del fenomeno-minna.
Colonnello Kurtz